Una riflessione sul rapporto madri/figli

Prendendo spunto da un’analisi delle figure femminili principali del Mahabharata

di Alessandra Viganò

“Tutto quello che si trova nel Mahabharata esiste anche altrove. Quello che non c’è non si trova da nessuna altra parte.”.

Ancora una volta si può prendere spunto da questa grande epopea per cercare quali possano essere le modalità di rapporto tra una madre e i propri figli.

Per questa tesi prendo in esame non tanto l’atteggiamento che può assumere un adolescente nei confronti del genitore, ma al contrario voglio analizzare il comportamento della madre, in base al proprio vissuto e alle personali problematiche, nei confronti della figlia.

Perché prendo al femminile?

Perché la femmina, forse per la sua stessa indole, è più vulnerabile, si mette più in gioco, si espone di più nei suoi comportamenti e di conseguenza, in linea di massima, ne soffre di più rispetto al maschio. La madre gioca un ruolo più significativo nei confronti dell’adolescente e quindi è anche la causa maggiore delle conseguenze, per una figlia, di un rapporto non equilibrato fra le due. Le due figure di madri principali nel Mahabharata sono Gandhari e Kunti, esse hanno dei rapporti difficili con i loro figli. Il loro atteggiamento diventa l’archetipo materno fino ad arrivare ai giorni nostri. Nella letteratura e nella storia ritroviamo infatti gli stessi schemi che si ripresentano. Gandhari e Kunti, rispettivamente madri dei Kaurava e dei Pandava, giocano ruoli dalle interpretazioni multiple, perché riescono ad essere al contempo madri terribili e amorose.

Già dalla prima infanzia l’immagine materna si incarna in un “doppio” rappresentato nelle fiabe dalla fata buona (affetto e protezione) e dalla strega cattiva (oscura minaccia): è nello stesso tempo la madre che dà la vita e quella che uccide, la madre che nutre e quella che avvelena, la madre che sostiene e quella che distrugge. Da questo “doppio” infantile all’insegna del “bianco o nero” si delinea la figura più sfumata della madre complice e rivale, amica e nemica, confidente e delatrice. La figura materna è ritenuta per i ragazzi il punto centrale del tessuto familiare, al meno dal punto di vista affettivo. All’origine del fascino materno ci sono le prime esperienze piacevoli del bambino, l’essere nutrito, cullato, accarezzato, il chè suscita in lui il senso di sicuro equilibrio personale nel quadro dell’ambiente familiare, cioè la certezza di esserci e di essere qualcuno che conta. Da qui nasce una sorta di fiducia nei confronti della madre, definita “fiducia primaria”. Da questa fiducia nascerebbe una solida sicurezza in tutte le circostanze della vita, nei rapporti con gli altri e con la realtà circostante, nascerebbe così la “personalità”. Come osserva Jung, la madre rappresenta nello stesso tempo il calore terrestre del grembo e la sua oscurità, la luce solare della vita e la sua contiguità con le tenebre della morte, il senso delle origini e il presagio della fine. E’ in questo mitico ruolo materno che si condensa il flusso segreto di ogni pulsione creativa, di tutto ciò che ha inizio, si sviluppa, si trasforma. Gli effetti, sia positivi che negativi, della figura materna sulla personalità dei figli dipendono in parte dal carattere e dagli atteggiamenti della madre reale, e in parte dalle proiezioni fantastiche che il figlio fa su di lei, a cominciare dall’infanzia. Nell’adolescenza il rapporto fra madre e figlia è più complesso e conflittuale di quello del figlio maschio: la conquista della femminilità avviene nel segno dell’abbandono e del tradimento del primo oggetto d’amore: la madre. Ai sentimenti di gelosia che affiorano nell’adolescenza si accompagna anche un senso di colpa per il “tradimento” nei suoi confronti che è estraneo invece alle dinamiche edipiche maschili. La rivalità della figlia nei confronti della madre è spesso meno esplicita e diretta di quella del maschio per il padre. Pur avendo rinnegato il suo “primo oggetto d’amore”, la figlia continua a provare per la madre una nostalgia che non verrà mai del tutto sopita: rimane sempre, nel fondo, il vago rimpianto di quell’universo femminile così caldo e ovattato, in cui si sentiva racchiusa e protetta all’inizio della vita. Il bivio edipico al quale si trova di fronte la figlia appare a volte così tortuoso e conflittuale da indurla ad indugiare, a ritrarsi, a negarsi la possibilità di mettere in gioco la propria femminilità nella conquista dell’universo maschile rappresentato dal padre. Può succedere quando la paura di perdere la madre è più forte del desiderio di conquistare la propria femminilità, oppure quando la rivalità della ragazza si scontra con quella di una madre che non sa “stare al gioco”, ma rivive nel legame con la figlia i propri conflitti infantili irrisolti.

Quali sono gli atteggiamenti più frequenti che una madre può tenere nei confronti di una figli? Come erano nel Mahabharata le madri Gandhari e Kunti? Gandhari e Kunti sono state ritenute innanzi tutto delle “madri terribili”, ovvero: hanno impedito ai figli di diventare emotivamente adulti, li hanno mantenuti nell’infantilismo, li hanno distrutti psicologicamente, e come risultato hanno ottenuto una mancanza di sviluppo psicologico da parte dei loro figli. Anche Kunti, seppur in modo diverso, ha dominato i suoi figli, prendendo lei decisioni sul loro matrimonio, incitandoli alla guerra, ricattandoli moralmente, mantenendo un controllo diretto su di loro, e nei confronti di suo figlio Karna è stata ancora più “terribile” perché lo ha privato della sua identità, rendendolo psicologicamente molto debole.

La “mamma cattiva” Una donna spesso in contrapposizione con la figlia fin da piccola, perché vede riflessa la sua immagine “negativa”, le sue debolezze e i lati della sua personalità che non è riuscita a modificare, o anche vede riflessi nella personalità della figlia dei tratti comportamentali che non sopporta di un marito o di un padre. Questo tipo di donna rifiuta, di fatto, la figlia, sminuendola spesso con frasi del tipo “Non è capace di far nulla…”, “E’ una patatona…”, “Ha preso tutti i difetti del papà…” , “Va meglio con i miei altri figli maschi….”. Cosa produce questo atteggiamento nella figlia? Eccessiva ricerca di approvazione e costruzione di un falso sé: per sopravvivere si nutre e va continuamente alla ricerca dell’approvazione degli altri e provoca nella bambina la sensazione di “non esistere”, svuotando di significato anche i suoi successi, come se a viverli non fosse lei ma un altro. In fuga da un mondo femminile ostile, vissuto come un riflesso della figura materna, la ragazzina tende a cercare rifugio in quello maschile, in particolare quando il padre ha rappresentato nel corso dell’infanzia una figura rassicurante e benevola. Indipendentemente dalla bellezza, la seduttività diventa così una componente profonda della nuova identità femminile che va formandosi. Nell’infanzia il dolore per il rifiuto della madre e il suo disamore, reale o ingigantito dalla fantasia, poteva trovare varie compensazioni: non solo in una figura paterna spesso idealizzata, ma anche nelle prime relazioni femminili fuori dalla famiglia, con la maestra, le compagne, l’amica del cuore. Ora che la bambina è diventata a sua volta donna, l’ostilità materna provoca spesso una sfiducia di base verso il genere femminile, di cui la madre è simbolo, rendendo così più difficili e conflittuali i rapporti con le donne, inconsciamente vissute come figure persecutorie. In questo clima di diffusa sfiducia verso il femminile, sopravvivono di solito, solo legami molto intensi, carichi di aspettative eccessive, che tendono a compensare il vuoto affettivo lasciato dalla madre. Così basta un tradimento o un voltafaccia di un’amica per far crollare l’esile fiducia nelle donne che credeva di aver ritrovato, rendendo così la delusione ancora più cocente e difficile da tollerare. Di qui la tendenza a cercare rifugio non più solo nel padre, ma nel mondo maschile che ne riflette l’immagine, facendo leva sul nuovo potere femminile appena conquistato: la capacità d seduzione, che la ragazzina tende ad affinare e ad utilizzare, spesso n modo inconsapevole, “erotizzando” ogni forma di comunicazione e incontro. Nasce così la “donna erotica” le cui componenti materni restano in ombra rispetto a quelle femminili, enfatizzate fino a trasformarla in una “donna fatale” che appare come una terribile rivale per le altre. E’ in questo modo che si crea un circolo vizioso che tende a confermare l’ostilità femminile che da sempre è presente nella bambina che si è sentita “rifiutata” dalla madre. L’iniziazione sessuale precoce diventa l’illusione di trovare qualcuno capace di amarla, di starle vicina, di farla sentire meno sola. Caso più grave: la promiscuità sessuale. Il sesso rappresenta l’espressione inconscia di un’ostinata rivalità con la madre, che prevale persino sul desiderio di sedurre e la induce a comportamenti sessuali all’insegna dell’autolesionismo, col quale mira non solo a distrugger se stessa, ma anche la madre, simbolo di una femminilità distorta da fantasie masochiste. E’ l’altra faccia della “ragazzina erotica”: non dà alcun valore alla femminilità nascente, fino ad utilizzarla per non affermare se stessa, per “buttarsi via”. E’ il caso di adolescenti non particolarmente attraenti, a volte obese, facili prede di compagni di scuola, senza esercitare su di loro alcun fascino o alcun richiamo, se non quello dell’oggetto sessuale disponibile. Diventa così quella che “ci sta con tutti”, derisa dai ragazzi e commiserata dalle compagne. Spesso si vanta delle sue prodezze erotiche, ma con cinismo: è questo un disperato bisogno di aiuto per sfuggire ad una forma di dipendenza che rischia di trasformarsi in un’opera di distruzione.

La “mamma onnipresente” All’opposto della madre che non accetta la figlia, esiste la madre onnipresente, l’iperprotettiva, la figura di madre dalla possessività frenetica e divorante, alla fine autoritaria. Il genitore iperprotettivo è colui che non lascia mai il figlio arrangiarsi da solo, che ritiene indispensabile la propria presenza in tutti gli attimi e in tutti gli aspetti della vita del ragazzo. La figlia deve essere costantemente affiancata e protetta, deve essere ininterrottamente incoraggiata, rassicurata, consolata e consigliata. L’intera vita della figlia appartiene alla madre, e quindi la madre assume la veste dell’angelo custode. Che nessuno osi contrastare né mettere alla prova, né influenzare la propria bambina. I legami esterni sono sì accettati, ma sono sicuramente meno importanti del suo con la propria figlia, e se ci riesce cerca di fare lei stessa da amica del cuore, esige la completa confidenza fino al ricatto morale. L’affetto materno diventa così il sacrificio. Chi potrà mai dare alla figlia qualcosa di simile a quello che ha dato o darà il genitore? Pertanto la gratitudine è un ingrediente indispensabile nel rapporto tra figlia e madre. Dovrà quindi esaudire i suoi desideri e crescere così come lei vorrà che cresca, altrimenti….l’affetto che nutre il genitore potrebbe anche esaurirsi. Così l’amore sconfinato della madre ha un confine nella sudditanza della figlia, la quale debole perché non è mai riuscita in qualcosa da sola, si sente costretta ad accettare, dietro una mielata tenerezza e carezzevoli lusinghe, il ricatto della possessività materna. La madre così riesce a rendersi sempre più indispensabile al benessere psicologico della ragazza: ogni ricerca del nuovo, del cambiamento, le appare insensata e ogni curiosità si estingue. Questo rapporto così coinvolgente con la madre impedirà la successiva apertura alla relazione a tre con il padre, interferendo o bloccando il passaggio alla fase edipica dello sviluppo. La figura paterna tenderà ad essere considerata come un accessorio, uno strumento di riproduzione, e l’eccessiva prevalenza dell’istinto materno sulle componenti femminili ed erotiche porteranno la ragazza a dominare nei rapporti d’amicizia e d’amore, in modo apparentemente altruistico, da buona samaritana, da crocerossina, ma agendo in modo tale da rendersi “indispensabile”. Un tipo di reazione all’onnipotenza materna può provocare una sorta di paralisi dell’istintualità femminile, non solo nelle sue componenti erotiche ma anche materne: l’adolescente continua a vivere nell’ombra della madre che diventa una figura inaccessibile, da guardare con devota ammirazione e un profondo senso di inferiorità al punto da evitare esperienze che la pongano a paragonarsi con lei, a cominciare da quelle sessuali. E’ la figlia che, come dice Jung, “conduce un’esistenza larvale, visibilmente risucchiata dalla madre”. L’adolescente spesso tende ad agire tiranneggiando inconsciamente la madre, ma resta sempre una figlia amorevole e devota. Da adulta, quando cioè sarà uscita dal ruolo di “figlia di mamma” manterrà comunque alcuni tratti originari del carattere fra cui il vivere nell’ombra di qualcuno, la docilità e la sottomissione. Un’altra forma di reazione a questo amore troppo possessivo, soffocante ed invadente, è la figlia “edipica”, eterna rivale della madre, che non abbandona mai le fantasie incestuose infantili. Non avendo superato l’antico triangolo edipico, si inserisce volentieri come terzo elemento in una relazione amorosa già esistente. Il suo scopo non è quello di trovare un proprio “oggetto d’amore” ma di portarlo via ad un’altra, è l’eterna rivale. Non è per se stessa che vive la sua intensa vita sessuale ma contro sua madre. L’iperprotezione spesso diventa sinonimo di autoritarismo da parte della madre che coltiva dentro di se, anche inconsciamente, l’ardente speranza che la figlia la appaghi nei suoi desideri più riposti, inespressi ma incomprimibili. Perciò nel momento dell’adolescenza sogna una figlia che ritorni bambina, più arrendevole, malleabile, più influenzabile. Scontrandosi inevitabilmente con chi invece incomincia ad affermare il proprio io, la madre considererà legittimo e doveroso ricorrere ad un autoritarismo a volte addirittura dispotico fino ad arrivare all’ ”educazione forzata” tramite il castigo. Per ottenere qualcosa bisogna minacciare, e la punizione è la via maestra per ottenere l’obbedienza. Controllare con severità, proibire, impedire, soffocare sono le armi più usate per domare una figlia in età adolescenziale. Quali sono le reazioni più facili a questa repressione? A volte può accadere che la ragazza abituata da sempre a subire le decisioni altrui, a sottomettersi a tutte le pretese, diventi incapace di affrontare qualsiasi realtà e si lasci dominare dalla timidezza e dalla paura. Può trasformarsi in una timida prepotente e aggressiva, o in una timida rassegnata e servile, ma comunque in qualcuno incapace di avere una vita propria. In altri casi, si assisterà ad una formazione di un carattere arrogante, imperioso e spietato, sempre pronto, per la sopravvivenza, a raccontare menzogne, ribelle, che fugge dal suo ambiente, incapace di qualsiasi stabilità.

La “mamma che non c’è” Al polo opposto rispetto all’autoritarismo, sta la “carenza di autorità”, errore sempre più comune ai giorni nostri. L’amore, anzi l’eccesso di amore, della madre si conferma allo stile “consumistico” in cui viviamo, trasformando in oggetti i sentimenti, fino a farne dei sostituti simbolici. Il consumismo affettivo è così diffuso perché riesce a mettere rapidamente a tacere i sensi di colpa che insieme all’ansia affliggono la maggior parte di quelle madri che per lavoro sanno di trascurare e di passare troppo poco tempo con le loro figlie. Da qui le incertezze di genitori pronti a discutere ogni problema nei minimi dettagli, senza però assumersi la responsabilità di una presa di posizione decisa e coerente, che non lasci spazio a dubbi, tentennamenti e marce indietro. Genitori che lasciano che sia il figlio a decidere cosa sia meglio per lui, anche riguardo a decisioni importanti. L’amore per i figli prende il significato di “fare tutto” per soddisfare i loro bisogni, i loro desideri e renderli il più possibile felici. Da qui la tendenza a far sì che non si creino momenti di tensione, conflitto, disaccordo e dolore, e la conseguente tendenza a lasciar correre, a lasciar fare. Si evita di dire “no”, si schivano i punti di rottura fino a rifugiarsi nel consenso di un lungo e indifferenziato “sì” che tende a protrarsi dall’infanzia alla tarda adolescenza. L’adolescente si troverà in difficoltà nella sua maturazione, non riuscirà a porsi dei limiti e a confrontarsi con le inevitabili frustrazioni della vita, tutto verrà dato per scontato, per acquisito, producendo un senso di noia, di saturazione, che soffoca il desiderio e impoverisce le risorse emotive. Restano solo le richieste sempre più pressanti: come se tutto fosse dovuto. Non esistono più regole o divieti chiari e precisi, esistono solo regole fluttuanti, soggette ad un eterno rinvio. Questa mancanza di regole toglie ai ragazzi il gusto della sfida e della trasgressione. Non possono più affermare se stessi e la loro diversità. A volte l’estrema permissività da parte dei genitori è anche la soluzione più facile a qualsiasi problema, ovvero invece che cercare di far ragionare la propria figlia perché il più delle volte è tempo perso, la soluzione più irresistibile è lavarsene le mani, lasciar perdere tutto, è il volontario esilio dal ruolo di genitore.

Disturbi femminili dovuti spesso al rapporto con la madre: anoressia e bulimia E’ una ragazza educata e di buoni sentimenti, intelligente e caparbia, dagli occhi lucidi e dall’atteggiamento di sfida che diventa preda dell’ossessione del cibo; dietro c’è sempre una madre inadeguata che sbaglia o perché è giovane e distratta, o perché divorziata e infelice, o perché non ha polso o ne ha troppo, è possessiva o passiva. Il padre, quando esiste, è solo un contorno oppure è un padre “seduttivo”, l’attenzione che da non offre alcun senso di protezione né dalla tirannia materna, né permette di creare un secondo polo affettivo. La ragazza anoressica non è in grado di accettare il suo corpo che si fa adulto, perché è troppo simile a quello della madre, da cui vuole assolutamente differenziarsi. Studi recenti concordano in un elenco di motivazioni che portano le ragazze ai disturbi alimentari:

strategie per attirare attenzionesistema per colpevolizzare i genitoririsultato di un conflitto con madre inadeguatatentativo di punire l’immagine interna della madre affamandoladesiderio di non essere come la madre odiatapaura di non riuscire come la mamma ammiratasforzo di soddisfare i bisogni della madre e non i propribisogno di controllare il corpo per imitare l’onnipotenza maternarisposta a tensioni di famigliaperformance perversa per trionfare sui traumi infantili non superatiterrore di essere divorata dalla madredesiderio di essere un uomonon voler far emergere desideri sessuali repressirifiuto dell’identità sessuale dovuto all’assenza della figura del padreconseguenze di eventi stressanti o abusi sessuali

Fantasie inconsce: il cibo amato/odiato rappresenta la madre, o meglio il legame fra se e la figura materna interiorizzata, non ancora distinta da quella paterna, caricata di tutte le proiezioni dei propri impulsi voraci, invidiosi, angosciosi. C’è un processo incompleto di separazione e individuazione della madre. Coi loro sintomi le pazienti esprimono l’ambivalenza tra il voler diventare adulta, superare la dipendenza, e il voler restare nell’illusoria e falsa protezione della relazione primaria, dove non si patiscono le pene dell’essersi divisi e del dover scegliere il proprio sesso. Le madri, intrappolate nella relazione simbiotica con le figlie, impastata di odio e di amore, danno risposte alimentari ad ogni tipo di bisogno o di domanda. Le anoressiche hanno un’immagine distorta e alterata di se, per cui considerano bello e seducente l’orrore emaciato del corpo e disgustoso ogni sospetto di grasso. Sono anticonformiste, ribelli, capaci di grande coraggio, controllo e carattere.

Le ragazze bulimiche invece con la loro vistosa corazza del loro strato di grasso esprimono l’estrema difesa del “consistere” per esistere. La ripetizione del riempirsi bocca e stomaco di cibo esprime un tentativo fallimentare, ma sempre rinnovato, di riempire un vuoto psicologico dell’identità e del senso di se, il grasso difende dall’angoscia di separazione. Nei casi di ragazze anoressiche o bulimiche, si è notato che spesso le madri sembrano aver avuto bisogno delle figlie per affermare se stesse, la madre ha in qualche modo utilizzato la figlia per affermare il proprio essere “un seno nutriente”, per confermare attraverso la dipendenza della figlia il proprio ruolo e funzione. Non è la carenza di affetto che spinge a rimpinzarsi o vomitare, ma la carenza del senso del limite, di punti saldi di riferimento per la propria identità, della sicurezza del sentirsi amati da qualcuno che sa anche dire “no”. Il problema non è battagliare con la madre concreta, ma fare i conti con la dimensione interna dell’immagine materna. Probabilmente i danni maggiori sono causati da genitori deboli e permissivi, quelli che sono incapaci di tollerare che i figli possano entrare in conflitto con loro e superare l’aggressività necessaria alla maturazione.

Alessandra Viganò – 2005

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