Il contributo del Judo nella formazione del bambino

Il Judo viene presentato ai bambini come una sorta di gioco-educativo, vengono rispettate quelle formalità tipiche della disciplina marziale: saluto, pratica in silenzio, ecc., ma vien dato subito ampio spazio ad esercizi a coppie che assomigliando ad un gioco non impensieriscono il bambino (non gli fanno né dire né pensare: “non lo faccio, non ne sarò capace”), ma gli permetteranno nel giro di qualche lezione di passare ad esercizi di complessità crescente, acquisendo una maggior sicurezza dei propri movimenti.

Il primo compito che ha il judo è proprio quello di insegnare la fiducia in sé stessi, solo così il bambino acquisterà quelle sicurezze che gli permetteranno di rapportarsi in modo sereno col mondo circostante.

L’acquisizione di questa fiducia viene aiutata ad esempio proponendo degli esercizi di difficoltà crescente ed insoliti per un bambino (ad es. imparare a cadere all’indietro senza toccare con la testa al suolo) ma che chiunque in poco tempo apprenderà, inoltre non si passerà ad insegnare un esercizio più difficile finchè tutti avranno compreso il precedente, non viene quindi fatta alcuna “fretta” nell’apprendimento.

Un secondo compito è quello di insegnare a superare i propri auto-limiti.

Chiunque di noi, bambino o adulto, spesso non si ritiene all’altezza di affrontare una certa situazione, ne ha timore e se costretto ad affrontarla non lo farà con la piena convinzione delle sue capacità.

La pratica del judo aiuta molto in questo: l’aver raggiunto una maggiore fiducia nelle proprie capacità fa aumentare anche la fiducia nelle proprie potenzialità e il venir messo dall’Insegnante difronte a certe situazioni fa venir fuori una maggior consapevolezza delle proprie capacità.

Il bambino al quale prima un esercizio sembrava impossibile da fare ed effettivamente non ci riusciva, non penserà più “gli altri riescono, io non ce la faccio, io non valgo niente”, ma arriverà a dirsi molto tranquillamente “adesso non riesco, ma potrò impararlo ”, la stima in sé stessi non diminuirà, ma anzi si rafforzerà la consapevolezza di poter raggiungere con il proprio impegno e sforzo, qualsiasi obiettivo.

Un terzo compito è quello di far migliorare le capacità di attenzione del bambino.

Il bambino è spesso dispersivo, spreca tempo per far cose che si potrebbero fare molto più velocemente, disperde la propria attenzione quando deve studiare, ecc.

Come fare a correggere questa attitudine agendo attraverso il corpo e non attraverso inutili consigli o prediche?

Il judo ha come elemento caratterizzante il “miglior impiego dell’energia”, questo è il suo mezzo.

In ogni azione di judo questo è presente, in ogni azione di judo devo mettere la massima attenzione (il messaggio “se cado distrattamente batto la testa” è immediatamente capito anche dal bimbo più distratto), e il dover continuare a mettere attenzione in un gioco che si fa via via più divertente non può che far comprendere al bambino che ad una maggior attenzione corrisponde la possibilità di imparare cose nuove.
Questo apre al bambino una dimensione nuova: finora doveva stare attento perché i genitori o gli insegnanti glielo dicevano (o imponevano), adesso sta attento e non si disperde perché sta imparando i vantaggi dell’essere presente con tutto se stesso ad una spiegazione o ad un esercizio col compagno.

La stessa naturale timidezza nei confronti del Maestro-adulto viene superata nel giro di poche lezioni quando questi verrà visto semplicemente come una persona che ne sa di più e che si mette a disposizione dei bambini per trasmettere ciò che sa, senza dar voti né giudizi, e senza distinguere fra bravi o meno bravi ma trattando ogni bambino come una persona, aiutandolo a superare le sue difficoltà tecniche e soprattutto le sue difficoltà psicologiche.

Infine il compito più importante che si prefigge il judo: quello di far crescere dei bambini che abbiano dentro di sé, perché acquisito col corpo e non con la mente, il principio morale della mutua collaborazione.

La società sta spingendo sempre più gli individui ad una competizione esasperata fra loro, la solidarietà sta sempre più scivolando verso la carità, l’affermazione giusta delle proprie idee sta cedendo il passo all’affermazione con la violenza (verbale, economica, militare) delle convinzioni del più forte.

I bambini nel loro modo di crescere risentono pesantemente di ciò.

La stessa idea di sport è inquinata da una competizione esagerata, lo sport possiamo dire che oggi esiste perché vi è competizione, perché bisogna vincere su un altro, non esiste più, se non in minima parte, lo sport fatto per il piacere di fare attività fisica, o quanto meno non è questa la visione di sport che viene proposta dai mass-media e dalla nostra società ai nostri figli.

Il judo insegna subito, con la pratica e non con le parole, che l’ “altro” non è l’avversario da battere, ma è il compagno con cui io posso crescere e senza il quale non mi sarà possibile imparare nulla.
Il judo si pratica sempre a coppie, scambiando spesso il partner, facendo le stesse cose prima come esecutore poi come ricevente, ma sempre con un ruolo attivo.

I messaggi che giungono così ai bambini sono molteplici: l’altro mi è indispensabile, senza di lui non riesco ad imparare, quando sono con un altro devo “dare”, più sono disponibile più vengo gradito dai compagni, più invece sono egoista (voglio fare io, non voglio cadere, ecc.) più vengo messo in disparte , devo imparare a mettercela tutta con chi è più forte di me ed invece ad essere meno forte con un compagno più debole così riusciremo a fare l’esercizio insieme con soddisfazione dell’uno e dell’altro, ecc.

Sembrano messaggi generici e invece colgono nel segno, il bambino modifica pian piano il suo modo di rapportarsi agli altri, gli altri non sono più i compagni a cui far vedere quanto si è bravi, ma sono i compagni con cui posso crescere insieme, non sono più gli avversari fra cui scelgo qualche amico-alleato ma siamo tutti insieme per crescere e per dare qualcosa agli altri.

L’esempio più bello si ha nel vedere un bimbo al secondo anno di judo che, senza che il Maestro dica niente né avesse detto in passato qualcosa, va dal bambino del primo anno magari anche più piccolo di età e si mette con lui per fare un esercizio e dargli così tutto il proprio aiuto anche se così lui non potrà farlo per l’inesperienza del compagno principiante.

“Dare per crescere, e crescere per dare di più” non sono allora solo una teoria elaborata dal prof. Kano, ma diventano una realtà, ancor più facile da far comprendere a dei bambini, a cui il judo viene proposto come gioco-educativo, che a degli adulti, che hanno già degli schemi relazionali con gli altri che prima saranno da abbattere e poi da ricostruire in chiave meno egoica e più sociale.

Avremo così raggiunto molteplici scopi : far crescere dei bambini sani attraverso una disciplina fisica (ambidestra, simmetrica, completa nei suoi movimenti), far capire come in un gruppo sia necessaria la collaborazione per rendere tutti meglio, fatto comprendere, con un’esperienza del corpo, come l’essere per gli altri sia preferibile all’essere rinchiusi e concentrati su sé stessi e sul proprio ego.
Avremo così dato il nostro piccolo contributo a far crescere i nostri figli più sicuri di sé stessi ma anche più aperti ai bisogni degli altri, dei figli che saranno orgogliosi di far vedere ai genitori in un saggio di fine anno tutte le tecniche che hanno imparato, e speriamo soprattutto dei genitori che saranno fieri del come il proprio figlio si rapporterà in modo diverso con gli altri man mano che continuerà a far judo.

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